Cara Paternò, dov’è finita la nostra cultura critica?

Cara Paternò, dov’è finita la nostra cultura critica?

95047.it “La povertà non è soltanto povertà di soldi! E’ anche povertà di cultura, libera ed autoctona, popolare, dialettale, sociale! E’ anche ignoranza, delle proprie, profonde, radici popolari e sociali! E’ anche povertà di idee e di pensieri, il non saper creare nulla di nuovo! E’ anche la diffusissima presunzione che con i soldi si possa fare tutto, sempre! E’ anche questo consumismo sfrenato, che uccide le esigenze vere dei cittadini! E’ anche votare una politica di sprechi e di truffe, contro il cittadino pagante! E’ anche non avere una propria visione spirituale, morale, etica, politica, religiosa! E’ anche essere abulici, apatici, senza più voglia di lottare, arrendendosi subito! Questa è la vera povertà, di chi vive una vita senza motivazioni reali, piena di noia!”. Crediamo che il pensiero di Cristiano Torricella, illustri pienamente ed efficacemente i corollari di una povertà che coinvolge, chi più chi meno, ognuno di noi. Ma noi vorremmo concentrarci sul mancanza di cultura che oggi giorno cresce sempre più. La cultura o, meglio, la coscienza civica non spunta come un gioco di prestigio, che appare e scompare al momento opportuno sotto l’indicazione dell’illusionista di turno; essa nasce da una costante tensione culturale che porta nel tempo le generazioni ad assorbire input che, attraverso la naturale evoluzione, si sostanziano in una nuova cultura che diventa parte dell’individuo stesso.

Tuttavia, vista la pochezza di idee ma soprattutto la pochissima disponibilità all’ascolto ed all’insegnamento, siamo ormai in preda all’inciviltà sovrana che cerca di prendere le sembianze dello stato di natura hobbesiano. Ragazzi che spaccano le bottiglie di vetro sul sagrato della chiesa Madre o quelli che scrivono con la bomboletta spray sui muri del castello normanno o altri ancora che fanno la gara con le pietre a chi spacca più lampioni nel parco comunale, gente che continua a buttare spazzatura nell’area delle nostre Salinelle. Senza identità i luoghi non hanno valore agli occhi di tantissimi.

L’ignoranza si confonde nella storia e ne sbiadisce contenuti e contorni. Senza cultura sporcare ha un senso, rompere ha un senso, dire che la propria città è orribile, perché non c’è niente, trova un senso. Sembra essere ritornata l’epoca dell’homo homini lupus (letteralmente “l’uomo è un lupo per l’uomo”). Eppure questa “buona guerra” all’inciviltà qualcuno la deve cominciare. E per cominciarla la si deve volere sul serio anche per il timore di ritrovarsi ad amministrare una città dove le istituzioni e la gran parte dei cittadini su alcune tematiche di fondo possano cominciare a parlare lingue diverse. Ritrovarsi ad amministrare una città dove le manifestazioni culturali possono essere svolte serenamente soltanto in spazi circoscritti come le “riserve indiane” non è soltanto un’ipotesi campata, ma uno scenario reale. Questa lunga, estenuante, campagna per una nuova cultura civica non può essere delegata ad iniziative fugaci ed isolate.

È necessario organizzare un progetto che coinvolga in modo permanente tutti gli attori: dalle istituzioni alle associazioni fino i singoli cittadini. La volontaria perdita della cultura e dell’identità storica negli anni ha lasciato campo libero all’ignoranza. Così si è perso il rapporto tra la società e territorio; si é rinnegato il rapporto con la campagna; abbiamo imparato a considerare l’ambiente circostante come un territorio lontano ed ostile, dove niente può dare ricchezza e giovamento. Così ci ritroviamo a vivere una città dove i beni storici appaiono sempre più come corpi estranei alla nuova civiltà degli “incivili”. Beni di cui nessuno conosce la storia, l’importanza, i trascorsi, gli avvenimenti, neanche per sommi capi. Sarebbe meglio, come suggerisce Ugo Mattei, un cambio di paradigma non indifferente soprattutto perché, nella tradizione di pensiero e prassi che si è consolidata fino ad oggi, noi disponiamo ancora soltanto di parametri basanti su polarità esclusive. Bisognerebbe riattivare l’intelligenza comune in funzione di un sapere autenticamente critico verso comportamenti e dinamiche che atrofizzano la consapevolezza di ciò che è comune.

Si tratta di un sapere critico, ma, al tempo stesso, organizzato e coerente, è quello che non cade nella logica della gerarchia o della competizione, ma sui concetti di partecipazione ed interesse comune. In conclusione, si tratta di di riscoprire e risvegliare la coscienza critica in ognuno di noi, che permetta di riappropriarci di una cultura – nel senso più ampio del termine – che a partire dalla seconda metà del secolo scorso si è cominciata a perdere, generando lo scempio e il declassamento di ogni identità personale.

3 Commenti

  • “un grazie al signor Salvo Faraci e ad 95047.it per aver citato parte del mio pensiero d’autore, all’inizio del suo interessante e condivisibile articolo del 17 gennaio 2016…
    fa indubbiamente piacere che ciò che ho scritto in passato sia stato considerato degno di nota e di attenzione…
    povertà culturale odierna (e futura), che provocherà, nel 2050, lo spaventoso “disastro nucleare di Milano”, come da romanzo edito?
    Cordiali saluti e buon lavoro a tutti…”

    Cristiano Torricella, autore e produttore indipendente italiano

  • Cittadini senza alcun senso civico. Rifiuti gettati nelle viuzze del centro storico, basta passare per via Marino alle spalle delle palme per renderci conto del degrado in cui versiamo.

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