CIAO DINO, APERTO UN CONTO CORRENTE PER SOSTENERE LA FAMIGLIA

Era bello Dino Guarnaccia, dentro e fuori e i suoi grandi occhi azzurri erano la finestra di un cuore che non conosceva ostacoli. Un giovane che amava la vita e che si prodigava per gli altri, con ogni mezzo. Aveva 44 anni e la sua vita è stata spezzata da un male incurabile probabilmente causato dall’uranio impoverito che ha letteralmente falciato l’esistenza di tanti militari impegnati nelle missioni negli anni ’90. Lascia la moglie e due figlie e per i Cristiani resta solo la consolazione di una vita ultraterrena, magari più serena di quella che ha avuto su questa terra. Messaggi di cordoglio in questi giorni hanno letteralmente sommerso i social, tra questi le considerazioni di Giovanni Parisi che ha condiviso con Dino l’esperienza degli scout. Lo ricorda in uno dei tanti campi estivi “Gli Alisei”.
“ Gli Alisei sono i venti buoni, che da sempre e con costanza soffiano vita anche nella nostra Italia. Ma gli “Alisei”, ricorderanno alcuni, sono stati nel 1989 il campo nazionale AGESCI, ramificato in varie località. Era l’anno successivo al 1988, che per la statistica pare sia stato il migliore anno degli italiani dal dopoguerra. Il vento di speranza riempiva le “magnifiche sorti e progressive” del nostro Paese e noi ragazzi certamente ne respiravamo a pieni polmoni, avendo tutta la vita davanti. Di questi “Alisei” ne porto ancora la tappa cucita in bella mostra nel mio zaino Monviso4. Me ne ricordo quando ieri Gianni Paternò mi manda questa foto. Eravamo nei colli di Benevento. Io ero il vice-capo squadriglia dei “Leoni” del Paternò 2°, che avevamo fondato con Attilio, di qualche mese più grande di me, che divenne il primo capo squadriglia. Il guidoncino lo cucì mia mamma, come tante altre cose di quel tempo.
Fu un campo bellissimo, i “Leoni” vinsero tutti i guidoncini delle competizioni di reparto, ad eccezione della gara di cucina, che per non farci montare troppo la testa ci vide precipitare in ultime posizioni (in realtà meritavamo di vincere anche quello, ma recriminare oggi ha poco senso). In quel campo portammo in scena con molto successo la storia “Pipino il breve” di Tony Cucchiara, io nelle vesti del Conte di Magonza.
I nostri capi erano Salvo e Mariella, poi nel gruppo c’erano Fabio, i vari Salvo, Raimondo, Alessandro, Marina e in basso, il secondo da destra, Dino poco più di un bambino. Dino era anche lui dei “Leoni” e i trionfi raggiunti in quel campo appartengono anche a lui.
Dino ieri ci ha lasciato. Da quasi trent’anni non avevo sue notizie. Ma la vita beffarda non smette mai di giocarsi di noi.
Apprendo la notizia quasi per caso. O meglio. Scopro nello stesso istante che mia figlia piccola era in classe con la sua, che lui dall’estate scorsa aveva iniziato la battaglia contro il suo male, e che ieri il male ha vinto.
Mi vengono in testa i suoi occhi azzurri, i capelli folti e ricci, la corporatura atletica e un’allegria gentile che caratterizzava il suo essere profondamente buono. Questi pensieri mi accompagnano mentre cerco di informare i ragazzi di allora. Perché negli scout si resta sempre una famiglia, anche quando la vita ci porta lontano. Così Gianni mi ha ricambiato l’informazione triste regalandomi questa foto, un po’ sbiadita come i ricordi, ma nitida in alcuni dettagli. Il gruppo, io magrissimo ancora con tanti capelli, il guidone dei “Leoni” colmo dei trionfi e Dino…

Quando sono andato a trovarlo, la moglie mi ha raccontato che lui aveva saputo con gioia che io, tra i suoi capi scout di un tempo, ero ora tra i genitori delle compagne della sua bimba. Che voleva contattarmi, ma che le forze sono venute meno prima. Ora, quella che appare una triste storia privata o comunque circoscritta alla sfera familiare o amicale di Dino, in realtà non lo è, dando il senso a questa narrazione.
Dino Guarnaccia aveva 44 anni, lascia due bimbe piccole di 6 e 2 anni e una moglie che ha dovuto lasciare il lavoro per accompagnarlo nelle cure. Dino, col suo sorriso e il suo fisico possente, è stato militare per diversi anni e in missione in Kosovo. In quel fronte di pace, c’è un nemico subdolo che continua a mietere vittime: l’uranio impoverito utilizzato in quel tempo.
Il tumore che sei mesi fa ha improvvisamente aggredito Dino, nell’estate in cui gli italiani dimenticavano le preoccupazioni del Covid, e che lo ha ucciso non è detto abbia origine diversa da quella di altre vittime silenziose.
Ecco quindi che il perimetro di questa storia è molto più ampio. Ci vorranno tempo e risorse per chiedere allo Stato e per ottenere delle risposte. Ma lo Stato, ancor prima delle sue regole e dei suoi “monumenti”, è la comunità delle persone che lo compone e ne fa parte, non solo per esultare se vince Luna Rossa.
E’ necessario quindi che questa comunità provi a colmare il vuoto che Dino lascia nelle sue figlie e in sua moglie. Non solo per un dovere di solidarietà, ma per provare a “risarcire” questa ferita che è pesantemente economica ma prima ancora affettiva.

Ognuno ovviamente come può e per quel che si sente. Ciao Dino, il tuo sorriso continuerà a riscaldare”.

Condividiamo l’appello di Giovanni e chiediamo con forza ai nostri politici, primo fra tutti l’on. Ignazio La Russa , per la vicinanza al territorio che gli ha dato i natali, di intervenire a sostegno della famiglia. Intanto, consapevoli che la giustizia richiede tempi dilatati invitiamo la comunità a non lasciare sola una famiglia che allo sconforto per la perdita del proprio caro deve fare i conti anche con le preoccupazioni economiche.

Per chiunque volesse offrire la sua vicinanza con un sostegno economico alla famiglia, può

effettuare un versamento al seguente

IBAN IT02D0301503200000006117367

Intestato a Francesca Inghilterra

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