Dall’Ipab al Qè: il lavoro umiliato

95047.it C’è persino chi si è ritrovato a dover vendere le fedi nuziali. Il simbolo dell’amore eterno scambiato sul fetido altare della lotta per la sopravvivenza. Anche solo per poter andare a fare la spesa. Una istantanea devastante già solo ad immaginarla. Già. La sopravvivenza che ci viene spacciata come privilegio.
Paternò è in piena emergenza lavoro. C’è il lavoro che manca (come un po’ dappertutto soprattutto nel Mezzogiorno) ma c’è anche il lavoro che si perde. La tua quotidianità, all’improvviso, stravolta dal restare a casa. A pensare come tirerai ad andare avanti.

Tra l’Ipab “Salvatore Bellia” con le lavoratrici indietro di 34 (leggasi trentaquattro) stipendi ed i 600 (mamma mia: seicento) licenziamenti, Paternò vive una delle condizioni lavorative più drammatiche di sempre. Entrambe le storie sono accomunate da un denominatore comune: quello di un lavoro che viene umiliato. Tutto d’un tratto le competenze, la diligenza con la quale porti avanti il tuo lavoro, la disponibilità ad accettare condizioni anche oggettivamente discutibili, non contano più niente.

Dall’altra parte, invece, ma quanto è confortevole l’essere fuggiti via dalle responsabilità di chi ha accumulato oltre 6 milioni di debiti? O da quella politica che sulle Ipab ha badato principalmente a farne un altro bacino clientelare andando a sotterrare la polvere di problemi sotto il sempre accogliente tappeto della Regione?

Come se ne esce, allora? Le due vicende sono, ovviamente, nettamente diverse. Sul versante del Qè, le prossime ore saranno cruciali: l’incontro al Ministero del Lavoro ci dirà moltissimo (se non quasi tutto) del destino dei 600 lavoratori che, mediatamente parlando, hanno fatto centro calamitando l’attenzione di tutti. Adesso, serve però lo scatto decisivo della vendita delle commesse. Tutt’altro che semplice al momento.
Per l’Ipab, la questione è altrettanto violenta: nelle ragioni e nelle soluzioni improbabili. Si parla con insistenza della possibile acquisizione dei dipendenti del “Bellia” da parte del Comune attraverso la costituzione di una nuova società. Mettiamo da parte, almeno per adesso, alcune considerazioni di natura tecnica e che riprenderemo in seguito. Ci limitiamo a ribadire che è una strada percorribile, che lo si faccia. Quantomeno per rispetto di quel lavoro che un tempo (ma forse non lo è mai stato) era un diritto. E che oggi è solo un calvario.

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