IL VIAGGIO UMANITARIO DEL PATERNESE SILVANO BIANI ATTRAVERSO L’OBIETTIVO FOTOGRAFICO

Ogni sua foto è un racconto, una rivelazione, un invito a guardare la realtà con occhi nuovi, per scoprire mondi diversi e lontani, per avvicinarsi a persone e culture sconosciute, alle gioie e alle sofferenze di chi vive in condizioni estreme.

Da Paternò, il paese dove è nato e cresciuto, a tutti i continenti, non c’è angolo del mondo che Silva-no Biani non abbia visitato insieme alla sua fedele compagna di viaggio, la macchina fotografica. Ora, dopo oltre trent’anni di avventure e mis-sioni umanitarie, ci invita a sfoglia-re il suo album dei ricordi, svelan-doci i segreti e le emozioni che si ce-lano dietro i suoi scatti, testimo-nianze di vita, di speranza e di soli-darietà. «La macchina fotografica è il mio primo passo, ogni volta che parto, lei mi precede e mi guida – spiega Biani -.

È stato mio padre a trasmettermi questa passione ed è con lui che ho scattato le mie prime foto più di sessant’anni fa.

Nel 1979, in occasione del mio matrimonio, ho ricevuto in regalo una macchina fotografica e da quel momento quello che era un semplice hobby si è trasformato in una professione. Qualche anno dopo, grazie a un con-corso, ho iniziato a lavorare all’acquedotto di Paternò, ma non ho mai smesso di coltivare il mio amore per la fotografia. Quando è arrivato il momento di andare in pensione, ho quindi deciso di anticipare il mio ritiro, perdendo magari qualcosa a li-vello economico, ma guadagnando in libertà e in esperienze».

Come ha iniziato a fare missioni u-umanitarie?

«Ho sempre fatto parte degli scout e nel 1992 decisi di partecipare a un loro progetto speciale in Albania, durante il quale portammo aiuti umanitari e ci occupammo di ristrutturare alcune scuole.

Quella fu la mia prima avventura come volontario e mi colpì così tanto che nel 2005, grazie all’incontro con una suora di Paternò, decisi di partire per l’Etiopia. Da quel momento ogni anno ho trascorso le ferie dividendole tra la mia famiglia e le missioni, vivendo sempre esperienze indimenticabili».

Tra le tante vissute, ce n’è una a cui è particolarmente legato?

«C’è un episodio che mi ha davvero segnato. Mi trovavo nel cuore della foresta del Madagascar, durante una notte di luna piena, unica fonte di luce da quelle parti, e decisi di andare a una festicciola organizzata dagli abitanti del luogo. Al mio arrivo i bambini presenti mi guardarono con stupore, perché il colore del-la mia pelle era diverso dal loro. Anche se sorpresi, reagirono comunque con gioia e curiosità, piuttosto che con paura o diffidenza, invitandomi a giocare e a stringere le loro mani.

Ancora oggi rimango profondamente meravigliato e commosso da quella semplicità e da quel calo-re, così distanti dalla gelida indifferenza di chi, solo perché nato nella parte privilegiata del mondo, pensa di avere il diritto di giudicare la diversità».

Cosa la spinge a fotografare un det-taglio piuttosto che un altro?

«Più di ogni altra cosa amo fotografare le espressioni delle persone che incontro, perché i loro volti hanno l’incredibile capacità di riflettere ogni tipo di emozione, e gli occhi, in particolare, hanno un modo di comunicare che trascende le parole. Durante le missioni, prima di scattare foto, cerco innanzitutto di costruire dei rapporti umani ed è, forse, questa connessione a rendere ogni scatto non solo un’immagine, ma una storia».

Cosa le hanno insegnato i suoi viaggi?

«Ho imparato a essere umile, a non sentirmi superiore agli altri, a vive-re in armonia con tutti. Vi confesso una cosa: da più di trent’anni viaggio per il mondo, ma non conosco l’inglese. Tuttavia, riesco a entrare in contatto con le persone che in-contro, anche se parliamo lingue di-verse.

Spesso mi siedo vicino a loro e ascolto le loro storie, le loro emozioni, i loro sogni e, anche se non comprendo le parole, ne colgo il significato. La cosa più bella, dopo tutto questo tempo, è ricevere ancora la gratitudine sincera delle persone che ho avuto l’opportunità di aiutare».

Lei ha vissuto l’evoluzione della fotografia dall’analogico al digitale. Com’è cambiato il suo approccio?

«Non posso negare che la fotografia digitale mi abbia sedotto con la sua comodità e i suoi vantaggi. Con l’analogico, però, colori, sfumature ed equilibrio erano il risultato di una ricerca personale, di una scelta artistica, di una sfida tecnica, ora, invece, è tutto automatizzato e il risultato è, a volte, più scadente. Conservo, invece, alcune foto stampate più di sessant’anni fa, i cui colori sono ancora vivi, vibranti, emozionanti. Tuttora mi piace stampare le foto scattate durante i miei viaggi, per-ché amo la carta, la sensazione di sfogliare un album e rivivere i mo-menti immortalati.

A casa ho una libreria piena di ricordi e di emozioni, la fotografia ha lo straordinario potere di farci tornare indietro nel tempo».

Pensa abbia anche il potere di sensibilizzare le persone?

«Forse sì, ma solo per un breve i-stante. Tutto dipende dalla sensibilità di chi guarda le immagini. Nella società in cui viviamo, anche la compassione è un sentimento effimero e la sofferenza altrui diventa uno spettacolo. Ho organizzato di-verse mostre e in effetti le mie foto sono sempre state molto apprezza-te, il mio sogno, però, è trasformarle in qualcosa di concreto e che qualcuno quindi vedendole mi dica: “Silvano, voglio partire con te, di cosa hai bisogno? Medicinali, oggetti utili, altro?”».

Se dovesse scattare una fotografia alla sua terra quali elementi sceglierebbe per esprimerne la bellezza e le contraddizioni?

«La Sicilia è una delle terre più belle del mondo e lo dice uno che il mondo lo ha girato davvero. Abbiamo tutto: un clima e un’agricoltura invidiabili, la gente generosa, il sole, le montagne, il vulcano, il mare. Cosa potrebbe esserci di negativo se non la politica?».

Qual è la sua prossima meta e quali suggerimenti ha per i giovani appassionati di fotografia che intendono seguire il suo esempio?

«A marzo mi aspetta la festa dei colori in India, un paese pieno di difficoltà eppure bellissimo. I miei non sono semplici viaggi, occorre saper-si adattare e non avere pretese, per-ché spesso si è costretti a fare i conti con situazioni surreali. A volte parto senza sapere come e se tornerò, non basta quindi un’anima avventurosa, ma bisogna soprattutto avere una grande passione e un forte desiderio di fare del bene. A chi ha questa vocazione dico di non esitare a partire, agli altri, invece, ricordo che non è necessario andare dall’altra parte del mondo, ma è sufficiente avere occhi curiosi per scoprire che anche i posti e le persone che ci circondano hanno molto da raccontare».

LA SICILIA 04/01/2024 – MARIA SCHILIRO’

1 Comment

  1. Ciao Silvano. Mi sorprende scoprire in te aspetti per me inediti, affascinanti. Credevo viaggiassi per altri scopi, non per quelli umanitari, che in questi ultimi mesi vado via via scoprendo con immensa ammirazione. Ci vuole del coraggio ed una forte motivazione per affrontare viaggi faticosi e, a volte pericolosi. Io ho viaggiato forse l’uno per cento rispetto a te, ma ne so qualcosa. Grazie a te, chi guarda le tue preziose immagini, scopre la meraviglia del creato nelle sue svariate forme e bellezze. Grazie Silvano, continua così.

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