La chiesa Madre di Santa Maria dell’Alto, monito contro la barbarie culturale e il degrado morale

La chiesa Madre di Santa Maria dell’Alto, monito contro la barbarie culturale e il degrado morale

95047.it La storia della chiesa di S. Maria dell’Alto di Paternò, la Matrice che sorge superba sulla Collina a fianco del castello, è tanto antica da essere avvolta nel mistero. Documenti alla mano, è stata costruita dai Normanni nell’XI secolo, e secondo una tradizione eretta su precedenti edifici di culto, addirittura pagani. Così come lo vediamo oggi, questo edificio sacro è il risultato di diverse manomissioni e restauri: pertanto le sue vicende architettoniche appaiono assai complesse. Di normanno non è rimasto nulla, forse solo i pilastri in pietra, poiché nel Trecento, e tra il Cinque e Seicento, furono effettuate delle radicali ristrutturazioni. Nel 1780, inoltre, fu eliminato il soffitto ligneo (di cui rimangono alcuni frammenti scolpiti conservati nella sacrestia) e lo si sostituì con una volta a botte in muratura, e si cambio perfino l’ingresso della chiesa, da ovest lo si aprì a est, di fronte la città e coerentemente alla direttrice dalla grande Scalinata.

Altare laterale in marmi policromi (Foto Giordano)
Altare laterale in marmi policromi (Foto Giordano)

L’impianto ha la facciata neoclassica realizzata agli inizi del Novecento, l’interno è sommariamente “rinascimentale” con decorazioni e altari barocchi. Lo spazio presenta tre navate divise da una duplice fila di pilastri quadrangolari in basalto ed archi a tutto sesto. L’originario pavimento in ceramica fu asportato negli anni ’80 del Novecento – malgrado fosse in buone condizioni – per sostituirlo con una moderna imitazione. Nei suoi sotterranei la chiesa conserva una fitta rete di cripte per le sepolture dei defunti, ma i loro accessi sono coperti dal pavimento e quindi non visitabili.

 

Santa Maria dell’Alto fu a lungo l’unica parrocchia di Paternò, nonché chiesa Madre (e lo è tuttora), ma già dagli anni ’30 del Novecento cominciò a subire l’abbandono del clero, con il conseguente declino, fatto che – specialmente tra gli anni ’70 e ’80 – ebbe come conseguenza una sistematica spoliazione del patrimonio artistico. Tale scempio ebbe finalmente fine nel 1992, quando il compianto Padre Di Giovanni vi ripristinò il culto religioso. Ma il legame dei paternesi con questa chiesa è rimasto sempre vivo. Essa infatti è meta di fedeli e perfino di qualche turista; è molto frequentata durante le celebrazioni religiose solenni ed è tra gli edifici preferiti per gli sposalizi. A questo luogo sono legate anche leggende suggestive, come quella del fonte battesimale. Infatti, i più anziani raccontano ancora che, poggiando l’orecchio sulla vasca marmorea del fonte, si sentivano i “rantoli” sotterranei dell’Etna.

La Scalinata settecentesca che conduce alla Matrice di S. Maria dell'Alto a Paternò (Foto Giordano)
La Scalinata settecentesca che conduce alla Matrice di S. Maria dell’Alto a Paternò (Foto Giordano)

La leggenda forse cela qualcosa di vero, dato che il colle di Paternò è un antico vulcanetto spento. I fedeli e i visitatori di questa chiesa, distratti magari dalla sua solenne quanto sobria architettura, non sempre sanno che conserva alcune opere d’arte di un certo interesse, testimoni superstiti della complessa storia ecclesiastica di Paternò. Tra esse sono di rilievo alcuni dipinti quali le cinquecentesche tele della ‘Madonna del Riparo’ e di ‘S. Pietro in cattedra’. E richiamiamo l’attenzione anche sul grande dipinto raffigurante il martire ‘S. Nanieno’, recentemente collocato in una cappella interna. Questo quadro cela un mistero. Esso, nel 1661, come riportato sulla stessa tela, fu donato alla Chiesa paternese del geografo Giovan Battista Nicolosi. La stranezza del dipinto sta nel fatto che il santo raffigurato, S. Nanieno appunto, stando alle attuali ricerche sembra non essere mai esistito. Il dipinto merita comunque di essere visto, anche per la sua buona qualità artistica. In fondo alla navata sinistra si può ammirare un elegante altare in marmi policromi. Esso sembra essere di gusto tardo cinquecentesco o degli inizi del Seicento, quindi superstite del terremoto che nel 1693 distrusse gran parte degli edifici della città. In fondo alla navata destra si trova invece un grande crocifisso del XVII secolo. Resta poco di ciò che avrebbe potuto essere il capolavoro di questa chiesa, ovvero il coro ligneo barocco della zona absidale, anch’esso antecedente al terremoto del 1693. Purtroppo, buona parte delle sue sculture sono state vergognosamente trafugate da mani più o meno ignote. Le altre pale d’altare di un certo interesse sono il ‘Martirio di San Lorenzo’ e ‘l’Angelo custode’. Il ‘Polittico’ goticizzante dell’altare maggiore è un lavoro recente, ed è stato collocato al posto del grande dipinto della Madonna nera di ‘S. Maria dell’Alto’, conservato nella chiesa dell’ex Monastero. Altre ibride aggiunte e restauri costituiscono interventi recenti che, in parte, hanno falsato storicamente e squalificato a livello artistico l’interno del tempio.

La chiesa di Santa Maria dell’Alto merita sempre una visita, e non solo per quanto contiene ma anche per goderne il panorama che vi si può ammirare dal suo sagrato, e respirare la rara atmosfera mistica e carica di secoli di storia del suo interno. Questo è il luogo sacro più antico della città, ma è anche quello che nel corso del Novecento ha subito maggiormente l’incuria e una sistematica razzia di opere d’arte. Oggi, con la sua solenne e imponente facciata, si presenta con tutta la dignità di un monumento sopravvissuto alle offese del tempo e degli uomini, e costituisce anche un monito per l’intera collettività paternese sui rischi della barbarie culturale e del degrado morale.

3 Commenti

  • Hai ragione, Gianluigi, considerato quanti e quali beni artistici e architettonici ci sono nel nostro paese. Del resto mi pare che Paternò non figuri in nessuna, o quasi, brochure turistica della provincia. E i turisti ,oltretutto, resterebbero sconcertati dal degrado di un posto così bello e così abbrutito e imbruttito. Cet C

  • Quello che mi colpisce amaramente in ogni commento sui beni paternesi, è l’indicare “qualche turista”. Non è un appunto al giornalista naturalmente, ma a tutte le amministrazioni comunali che si sono susseguite e che non hanno MAI preso seriamente Paternò quale meta turistica.

  • È ammirevole la chiarezza, la perizia e la semplicità di espressione. I suoi articoli si leggono sempre con gran piacere, e c’è sempre qualcosa da imparare. Purtroppo rimane la delusione per il mancato amore dei cittadini al proprio paese.
    Cet C

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