La Sicilia risorgerà?

95047.it Molto animato è stato il dibattito politico in questo scorcio d’estate. Politica locale, comunale, ma anche regionale e nazionale. La politica siciliana regionale, in particolare, è stata attraversata da una scossa ad alta tensione che la vedeva quasi crollare, ma imperterrita è riuscita a sopravvivere; momentaneamente.
Da più parti si proclamano nuovi sviluppi, nuovi gruppi, nuovi “soggetti politici”, nel tentativo di rilanciare la Sicilia tutta.
Seguo la politica da tanti anni e nei centinaia di programmi elettorali che ho letto o comizi che ho ascoltato o discussioni personali intraprese non ho mai letto o ascoltato una sola parola che potesse danneggiare la Sicilia: eppure siamo arrivati a questo punto: una crisi che ha devastato le attese di una vita migliore di un intero popolo. La crudezza della cronaca ci parla di una politica che in Sicilia non esiste; di inerzia dominata, controllata, ispirata dall’incesto tra ceto burocratico e imprenditoriale che preferisce non far nulla, o salvaguardare i propri privilegi, piuttosto che correggere o mitigare le enormi diseguaglianze che attraversano l’Isola.

La gestione dei rifiuti e quella idrica sono diventate gigantesche sacche di inefficienza e malcostume. La sanità e la relativa spesa farmaceutica sono l’idrovora che prosciuga il bilancio della Regione, costringendo a destinare pochi spiccioli agli investimenti.
I siciliani hanno in passato creduto, e fortemente sperato, nell’uomo della provvidenza, un comandante in campo che potesse imprimere una virata radicale da permettere alla Sicilia un pieno sviluppo. Ma la mafia prima, ostacolata solo dall’azione di alcuni uomini giusti, la politica dopo e la mafia e la politica insieme, oggi hanno ostacolato la stagione delle idee innovatrici facendo svanire le tanto tante attese novità e lasciando solo tenui cambiamenti.
Accanto a buoni propositi si sono accompagnati vecchie pratiche.

La politica gestisce il potere in modo mafioso. Elargisce incarichi e quindi soldi in cambio di inefficienza. I posti di comando sono governati da uomini che rendono poco o nulla nei servizi preposti e costringono a immobilizzare grandi risorse.
Ma la vera novità, l’occasione che, pur nella sua drammaticità, potrà davvero generare il cambiamento non dobbiamo ricercarlo nel decisionismo di un solo uomo, nel suo carisma, nelle sue capacità innovatrici. L’elemento che potrà portare a morire la vecchia politica ricoperta dalla corruzione di decenni di malaffare e cattiva gestione, ciò che potrà stravolgere la cultura del “fare mirata a disfare”, sarà l’esaurimento drammatico delle risorse disponibili.
Quando la classe politica abituata a usare le risorse pubbliche per sfamare i propri appetiti e quelli dei suoi adepti non troverà più risorse da dove attingere, allora, e solo allora, sarà la fine.

Una classe politica incapace di nutrire i propri sostenitori è destinata ad atrofizzarsi e a scomparire. Un primo passo tra la scarsità delle risorse è stato fatto nell’opera di demolizione del moloch formazione. A breve toccherà ai forestali siciliani. Anche la sanità, 50% del PIL siciliano, è al capolinea.
In questo momento è in atto in Sicilia una guerra civile della politica. Tutti protestano contro tutti e tutti attaccano tutti. Questa conflitti nascono dalla rottura delle catene clientelari. Non ci sono più i soldi di un tempo per l’acquisto del consenso e quindi si provvede al taglio della classe politico-burocratica che fino adesso l’ha sostenuta.
La rinascita siciliana non arriverà dai fondi comunitari, che peraltro non sappiamo spendere bene e tutti, ma dall’impoverimento di tutta una regione che lascerà a secco il foraggiamento della corruzione.
Il tempo degli inganni e degli illusionisti finirà e la tempesta dovrà essere grande, altrimenti ritirate le acque la vecchia politica risorgerà dal fango.

Il principe Fabrizio nel Gattopardo diceva «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra». Le iene e gli sciacalli hanno finito il loro pasto sul cadavere Sicilia e tutti insieme, il sale della terra, hanno sempre fatto in modo che si avverassero le parole di Tancredi: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».
Il cambiamento annunciato sinora è stato solo una grande menzogna.

1 Comment

  1. L’introduzione dell’euro di positivo ha fatto solo una cosa: ha fatto terminare i soldi per finanziare il clientelismo politico di cui l’autore dell’articolo parla. É una moneta non nostra, che riceviamo in prestito dalla BCE, a differenza della lira che era nostra e potevamo stamparla noi stessi, quanto ci pareva. E di fatti ai tempi della lira, di soldi per la corruzione ne giravo tantissimi.

    Comunque, non ci sarebbe clientelismo se la gente non si facesse corrompere, se non vendesse il proprio consenso al miglior offerente. Invece la gente anche per 50 miseri euro si vende tranquillamente, quindi la responsabilità di questa situazione va equamente divisa tra corruttori e corrotti, ed é sbagliato dare la colpa soltanto ai primi.

    Comunque, per eliminare le tante ingiustizie prodotte dalla politica qui in Sicilia, a cui l’articolo fa cenno, credo onestamente che bisogna toccare l’autonomia, nel senso che va o regolamentata o revocata. Parliamoci chiaro, la classe politica siciliana ha usato questo statuto autonomista che abbiamo dal 1946 (concessoci dal re Umberto II prima del referendum istituzionale), solo per fare i propri porci comodi (reti clientelari) e mai per favorire lo sviluppo socio-economico della nostra terra, che fino a ad oggi é stato molto limitato.

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