Tutta colpa di Zeus: la pioggia inonda la città di Paternò

Cominciamo con il dire che grazie all’espansione edilizia e alla cementificazione siamo riusciti a diminuire la capacità di assorbimento della terra. Come può una città come Paternò che ha vissuto con la campagna aver dimenticato la sua esistenza e cancel

A cura di Redazione Redazione
09 agosto 2015 09:13
Tutta colpa di Zeus: la pioggia inonda la città di Paternò -
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95047.it Acqua ovunque. Le strade trasformate in un fiume in piena. Macchine in panne e abitazioni allagate. Questo lo scenario che si presenta ai nostri occhi ogni qualvolta la pioggia decide di bagnare la terra.
La nostra cultura fatalista, ci offre diverse vie di fuga. Tutta colpa di Zeus; ormai la pioggia non è quella di una volta; l’ozono e il suo buco misterioso; i cinesi; la CIA e il governo ladro. In questi casi tutto è buono per sviare l’investigatore dalla scena del delitto. Questioni antropologiche. Forse è venuto il momento di uscire da questo equivoco che ci lascia impotenti davanti ad eventi “celesti”, creati da una natura dispettosa che si diverte a ricordarci il diluvio universale e alle sue nefaste conseguenze. Questa non è la sede per esporre un trattato sulla meteorologia né tanto meno ne sarei capace. Forse è però l’occasione per riflettere su alcune questioni che riguardano il rapporto tra causa ed effetto relativamente alle catastrofi che subiamo sempre più spesso.

Cominciamo con il dire - che grazie all’espansione edilizia, alla cementificazione o meglio alla sottrazione di suolo permeabile (campagne, parchi, sistemi naturali ecc.), al fine di realizzare spazi impermeabili (strade, case, industrie, ecc.) - siamo riusciti a diminuire la capacità di assorbimento della terra. In pratica una volta una certa quantità di pioggia era assorbita da una superficie ampia, adesso la stessa quantità di acqua deve essere accolta da uno spazio minore. In pratica è come se ad una spugna chiediamo di assorbire l’acqua del mare. Si intuisce che questo non è possibile e il risultato è che la città, il nostro territorio non riesce più a reggere. Inoltre, mentre una volta la pioggia veniva assorbita dalla stessa terra che bagnava; adesso la canalizziamo in tubazioni inadeguate, che scaricano la massa d’acqua in luoghi precisi (vedi piazze e strade allagate) e il risultato è che la velocità del flusso nelle tubazioni aumenta in maniera esponenziale (vedi tombini che saltano). Per farla breve, un semplice problema di idraulica perfettamente prevedibile e governabile se ci avessimo pensato prima. Mi dispiace deludere il lettore che si aspettava che fosse tutta colpa di Zeus.

SOLUZIONI. Avviare una seria politica d’incentivazione per rendere permeabili le superfici urbane con più spazi a verde, sia per i luoghi pubblici che privati. Pensate a piazza Indipendenza - che oltre a essere privata di superficie a verde con alberi che ombreggiano e rendono più fresca l’aria (migliorando il microclima, abbassando il CO2 e rendendo felici i suoi fruitori) – è provvista di pochi dispositivi smaltire le acque piovane, introducendo solettoni di cemento armato a perpetuo sigillo della terra.
In molti comuni d’Italia e nel mondo si premia chi destina una parte della propria area edificabile a verde per contribuire alla mitigazione del dissesto idrogeologico e all’aumento della temperatura urbana.
Qualcuno pensa che questi problemi siano di competenza esclusiva di Obama e del Papa (vedi le recenti dichiarazioni di entrambi). Qualcuno pensa che questi problemi siano di competenza dei grandi della Terra e degli scienziati. Sbaglia. Questi sono problemi che vanno affrontati alle diverse scale: da quella planetaria a quella locale. Noi dobbiamo fare qualcosa.
In molti paesi le piazze, i luoghi pubblici, le aree condominiali vengono trasformati in orti e giardini (a qualcuno pare tutto buffo e di moda) proprio per rendere permeabili sempre più superfici. Piantare un albero, un orto, un frutteto è un atto di civiltà e un modo per preservare questa terra dai processi di desertificazione ed erosione. A partire dai nostri cortili, dalle nostre piazze, dalle nostre vie. Il progetto di trasformazione dello spazio pubblico e privato non può prescindere da questo paradigma. L’architettura e l’urbanistica si muovono in questa direzione e se ci mettiamo l’impegno a potenziare la mobilità pubblica possiamo diminuire i rischi di inondare le nostre città dopo un acquazzone (sempre più tropicale).

Per fare questo, però, non possiamo dare sempre la colpa a Zeus. Forse dovremmo rivedere il concetto di uso o abuso del suolo. Difendere il verde agricolo e preservarlo non è un esercizio romantico né tantomeno un tentativo di limitare l’azione trasformatrice dell’uomo (ove fosse necessario) ma il grido di allarme di un territorio che chiede di assecondare la natura come hanno saputo fare con saggezza i nostri contadini, i nostri artigiani, i nostri avi. Qualche volta mi chiedo come può una città come Paternò che ha vissuto con la campagna aver dimenticato la sua esistenza e cancellato le sue tracce dentro la sua parte costruita? Piantare un albero in una piazza e circondarlo da terra permeabile sembra una romanticheria, poco pratica e molto teorica ma la meteorologia dice diversamente.

Forse è solo colpa dell’uomo disattento (e troppo pratico) e non di Zeus. La politica faccia la sua parte aprendo un tavolo sulla sicurezza ambientale e sul cambiamento climatico per definire strategie operative di mitigazione invece di imprecare il cielo.

Credits photo: [Archivio Mazzamuto, fonte paternogenius]