Dal “Dio Simeto” agli ulivi: siamo la città che azzera e ricomincia sempre daccapo
E’ la storia che si ripete. Questa volta il simbolo "cancellato" sono quegli alberi che riempirono il vuoto dei vasi in pietra lavica voluti dall’allora presidente del Comitato di Santa Barbara, Pippo Musumeci. Lo storico Nino Tomasello: “La crisi attuale
95047.it La trasparenza funziona, finché non diventa così trasparente da sparire. La legalità è una virtù, quando viene assicurata giorno per giorno, ora per ora, non solo negli anniversari. Ci si potrebbe consolare con la memoria. Con la nostra storia. Ma è paradossale e fantastico come la città di Paternò sia brava - da sempre, mica da oggi: sarebbe intellettualmente scorretto affermare il contrario - ad azzerare ogni cosa. Ed a ricominciare sempre daccapo. Perché siamo una città che dimentica e che poi ricomincia. Come detto, sempre daccapo.
L’ultimo esempio solo in ordine cronologico, è quello di queste ore: legato alla vicenda degli alberi d’ulivo in piazza Umberto. Non sono stati potati. Sono stati “amputati” per essere trasferiti da un’altra parte. Al loro posto, verrà piazzata una stele o forse una statua. Ma non è questo il punto. Non è il tipo d’ornamento che costituisce la sostanza dell’azione. Così come non lo è nemmeno stare a parlare sterilmente “dell’invadenza” delle radici di quegli alberi.
E qui, non è una questione di polemiche sboccate, contrapposizioni tra fazioni politiche o sbeffeggiamenti verso l’amministrazione comunale. Macché. Chi cade nel tranello dell’impostare tutto sul trionfo del pensiero debole è meglio che stia al riparo sicuro della sua tastiera virtuale da smartphone o da pc.
La storia recente - e siamo a metà degli anni novanta - racconta il perchè quegli alberi fossero lì. C’erano già i vasi di pietra lavica ma che, però, erano desolatamente vuoti. Riempirli con degli ulivi (che, simbolicamente, rappresentavano innumerevoli cose) diventò quasi un valore. L’allora Comitato di Santa Barbara nell’organizzare la Prima Festa di Santa Barbara su volontà del compianto Pippo Musumeci propose che venissero piantati quegli ulivi. “Tutto qui? Tutto questo polverone per così poco?”. Non proprio, a dire la verità. Perché cancellare un simbolo è cancellare la memoria: così come a Paternò è accaduto decine, forse centinaia, di volte.
“C’è poco da fare: la crisi attuale della nostra città nasce dal fatto che la città demolisce e respinge le esperienze del passato”, spiega lo storico Nino Tomasello. Lui, che è epicentro indiscusso di sentimenti, evoluzioni, speranze, battaglie, fatti e accadimenti degli ultimi decenni paternesi. Lui, che con lucidità ha sempre analizzato e prospettato ben prima di altri verso dove sarebbe andata Paternò.
“Quanto dico - riprende Tomasello - è provato, ad esempio, dalla vicenda del monumento dedicato al “Dio Simeto” e scalzato dall’Altare ai Caduti che avrebbe potuto trovare un’altra collocazione. Oppure, dalla chiesa di San Francesco. Fino ad arrivare, per ultimo, alla demolizione di un valore simbolico come quegli alberi di ulivo.
Dinanzi al Palazzo di città, l’albero acquisiva un valore di pace, misericordia e sofferenza umana.
Per carità, al concetto di cambiamento non va contrapposto quello di restaurazione: bensì quello di recupero.
Di recente, ho ascoltato Padre Patanè che diceva: “La città è in agonia”. Ebbene, noi a questa città in agonia abbiamo tolto anche il simbolo della pace”.
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