Suicidio assistito, assoluzione per Emilio Coveri: nel 2019 aiutò Alessandra, insegnante di Paternò, a morire in Svizzera. Il Gup: «La donna aveva già deciso»

Assoluzione piena per Emilio Coveri, presidente dell’associazione Exit-Italia. La Corte d’Appello di Catania, al termine dell’appello bis, ha stabilito che non vi fu istigazione al suicidio nel caso l...

A cura di Redazione Redazione
18 ottobre 2025 09:03
Suicidio assistito, assoluzione per Emilio Coveri: nel 2019 aiutò Alessandra, insegnante di Paternò, a morire in Svizzera. Il Gup: «La donna aveva già deciso» -
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Assoluzione piena per Emilio Coveri, presidente dell’associazione Exit-Italia. La Corte d’Appello di Catania, al termine dell’appello bis, ha stabilito che non vi fu istigazione al suicidio nel caso legato alla morte di Alessandra Giordano, insegnante di Paternò deceduta nel 2019 in una clinica svizzera dove si pratica il suicidio assistito.

Coveri, difeso dall’avvocata Arianna Corcelli, era stato inizialmente assolto in primo grado con rito abbreviato, poi condannato in appello a tre anni e quattro mesi di reclusione. Nel febbraio 2024 la Cassazione aveva annullato quella sentenza, evidenziando “lacune e incongruenze” nella motivazione, e disponendo un nuovo processo d’appello che si è concluso oggi con l’assoluzione.

Giordano, 46 anni, viveva a Paternò e lavorava come insegnante. Da tempo soffriva di depressione e della sindrome di Eagle, una grave forma di nevralgia cronica. Nel 2018 si era iscritta a Exit per avere informazioni sulla possibilità di accedere alla “dolce morte” in Svizzera.

Dopo un periodo di silenzio, nel gennaio 2019 — a seguito di un peggioramento delle sue condizioni — aveva ripreso i contatti con l’associazione e, poco dopo, aveva deciso di recarsi a Zurigo per mettere fine alle sue sofferenze.

La Procura di Catania aveva analizzato a fondo le comunicazioni tra la donna e Coveri, risalenti già al 2017. Per l’accusa, quelle informazioni avrebbero contribuito a rafforzare la volontà della donna di togliersi la vita.

La Cassazione, però, aveva sottolineato che dalle carte processuali emergeva un unico elemento certo: dopo quella conversazione, Giordano aveva semplicemente ottenuto i contatti e le istruzioni necessarie per rivolgersi autonomamente alla clinica svizzera.

Coveri ha sempre respinto ogni accusa, ribadendo che il ruolo dell’associazione è informativo e non persuasivo:

“Alessandra era una nostra associata e ha chiesto informazioni per sua scelta. Noi le abbiamo solo spiegato la procedura. Nulla di più”, ha dichiarato.

L’uomo ha anche ricordato le condizioni drammatiche della donna: “Viveva dolori fortissimi, aveva dovuto smettere di lavorare e non vedeva più alcuna via d’uscita”.

La vicenda si inserisce in un contesto più ampio: quello del dibattito nazionale sul suicidio assistito e sull’eutanasia. Nel 2021 erano state raccolte oltre un milione e duecentomila firme per un referendum abrogativo, ma la Consulta ne aveva dichiarato l’inammissibilità.

La sentenza di oggi riaccende inevitabilmente il confronto tra diritto all’autodeterminazione e limiti della legge penale italiana.